Goro è Goro

Goro è Goro.

Forse.

In un posto come questo ci sono nato, cresciuto e ci sono fuggito quasi 30 anni dopo. Lo so come funzionano le cose nei paesi, e più sono lontani da una città e più questo modus è acuito. E’ quasi “normale” anche quando di normale non c’è niente.

Goro rispetto ai posti dove son campato io per più di un quarto di secolo ha di diverso il cartello stradale e che l’economia non si basa sugli ettari di terra e sulla frutta, ma sul mare e sulle vongole. Quelle vongole che hanno fatto cambiare vita a tanti, durante il periodo d’oro e gli affaroni degli ’80. Una curiosità è che credo si batta ancora l’asta “all’orecchio” cioè con un sistema in cui chi offre fa l’offerta all’orecchio del battitore. Le radici vanno rispettate, e spero che questo sistema duri.

Ma ognuno di questi posti ha anche le sue storie oscure, quelle di cui non si parla mai volentieri, quelle che se non eri ancora nato te le raccontano con meno parole possibile, e se c’eri già e le hai vissute non vorresti nemmeno ricordartele.

“Goro non è un paese di omertà” dice uno a una giornalista. “E che paese è?” chiede lei. “E’ un paese di onestà e rispetto”.

Si, come no.

Aggiungiamoci anche di “onore” che facciamo filotto. Goro è un paese, un paese come gli altri paesi, dove se c’è un divieto di accesso sull’argine per la piena l’unica differenza è che devi sterzare per schivare la transenna. Un divieto non è un divieto. E’ un consiglio, e la comunità decide autonomamente se rispettarlo o no. Fine. Da me era uguale e siccome Goro è anche lontano un po’ da tutto e un po’ isolato le “regole” vengono rispettate solo se sono utili e sensate. C’è un’intelligenza pratica di fondo nelle comunità isolate che surclassa enormemente i cavilli e le pedanterie della città, dove non ti fanno passare per una strada di 50 metri e ti ritrovi a dover fare un giro di un chilometro. Per non inquinare.

Altro fatto affascinante: tutti sanno tutto e contemporaneamente nessuno sa niente. Perchè si è sentito dire da uno, che l’ha sentito dire da un altro, che l’ha sentito perchè ne parlavano al tavolo del trionfo al bar una sera che stava per chiudere e così via. Alla fine gira e volta quando capita qualcosa tutti lo vengono a sapere ma nessuno l’ha visto direttamente, o è praticamente impossibile risalire a chi ha messo in giro la voce. In posti così una bega coniugale diventa pubblica in 24 ore, ma è una cosa da farci una battuta seduti in pizzeria. Se di mezzo c’è un morto allora le cose si complicano.

Willy Branchi muore 26 anni fa, una notte di fine settembre dell’88. Lo trovano nudo, ammazzato di botte e col volto sfigurato perchè gli hanno sparato sotto uno zigomo con una pistola di quelle con cui uccidi il maiale in gennaio, ma dopo averlo torturato. Ha 18 anni, è un bonaccione, uno di quei ragazzi che sono anche troppo buoni e va a finire che qualcuno se ne approfitta. Prima della fine ha sofferto Willy, e tanto. C’è modo e modo di morire, e che non si pensi che siano tutti uguali. E quando si imparano queste cose e si collegano a un ragazzino inerme sale una sorta di sentimento di tenerezza solidale che affila la lama della volontà di cercare ancora, e ancora e ancora.

Nessuno sa niente, e quando non si arriva da nessuna parte gli inquirenti archiviano i casi. Ma le voci sono come le ossa, le puoi seppellire ma prima che diventino polvere serve troppo tempo, e se sai usare una vanga va a finire che te le ritrovi in mano.

Così 26 anni dopo il caso si riapre anche con la collaborazione di un avvocato e di un giornalista locale, perchè se tutti han sentito dire allora qualcuno, per forza, ha visto.

E’ stata organizzata una fiaccolata che è partita dal club dei giovani e passando dal monumento in ricordo di Willy – una statua posta dove l’hanno ritrovato – ha fatto il giro del paese, davanti a case con le lenzuola bianche alle finestre. La partecipazione è stata massiccia, soprattutto da parte dei giovani e dei ragazzini che la verità la vogliono sapere, che al culo di questo merdoso barile ci vogliono arrivare. Perchè i giovani, o quelli che erano ragazzini all’epoca, non hanno rimorsi e sensi di colpa, non conoscevano quelle voci, ne erano esclusi e non temono la conseguenza. Quelli invece che erano già grandi e che sono finiti nelle maglie del passaparola e delle cose sussurrate all’orecchio come all’asta delle vongole eh no, quelli magari va a finire che si sentono in colpa per non aver mai parlato, per non aver mai detto che avevano sentito dire che. E la colpa è un cattivo ospite.

Alla fine della fiaccolata è stato deciso di smuovere le coscienze mostrando anche le foto del cadavere, che fino a quel momento non erano pubbliche anche se tanti ne avranno sentito al descrizione.

“Anche stavolta non si arriverà da nessuna parte”, ha detto un interrogato agli inquirenti e quando gli hanno chiesto il perchè ha risposto: “perchè Goro è Goro”. No, non è quello. E’ che Goro è un paese, non molto diverso dal mio, e se fosse successo altrove sarebbe stata la stessa identica cosa, più o meno. Questo paese non è peggiore di altri. Anzi, con questa voglia di non seppellire la memoria rischia di diventare migliore.

Ma vedere praticamente tutta la comunità con le candele accese che cammina come un silente esercito di ombre fa pensare. Fa pensare che se quasi tutto il paese è lì, la percentuale di quelli che hanno un cero in mano e un nome in testa, a occhio, è altina. Ma sempre con onestà e rispetto.

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