TUTTOPIATTO

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“Oh, le tue foto son bellissime!”
“Che bella macchina! Ma quanti megapixel ha??? E chissà quanto zumma il tuo obiettivo! mamma mia, costerà un sacco!!”
“Eh, ci vuole occhio a far le foto, non è mica roba da tutti e tu ei bravo!!”
“Insegui i tuoi sogni!!!1!1!11!!!”
“Cooosa? 5 euro per una foto stampata?? Mascusaèdigitaleelamacchinafatuttolei!! Te sei matto!!”

Intanto ringrazio Dario Toledo per l’immagine, il demotivational l’ha fatto lui e quindi è giusto che se ne prenda il merito. Come poi è giusto che si prenda il merito della passione che ha, dei risultati che consegue e del resto. Lo trovate qui:
https://www.facebook.com/dariotoledophoto?directed_target_id=0

o qui:

http://www.dariotoledophoto.com/
Io ci andrei. E anche tu ci andresti, nevvero? 😀

Detto questo, il punto qual’è? La fotografia? Si, anche.
Fuochino.
Il punto è la cultura.
Non fotografica, non tempi-diaframmi-iso-stop-ev-rumore ecc. ma la cultura in generale, quella cosa che filtra le nostre risposte a un determinato input.
Perchè per chi non lo sapesse noi riceviamo un input, lo elaboriamo attraverso la nostra cultura e il nostro cervello genera un output, in sostanza una risposta a un evento. Ed ecco perchè in culture diverse le risposte agli eventi sono diverse (quando non sono istintive).
Nella musica non è molto diverso: quando proponi la tua band a un locale e ti chiedono quanto prendi qualsiasi sia la cifra che chiedi storcono il naso. Secondo loro qualsiasi cosa sia più cara di zero è troppo cara. Nella loro visione ti fanno il favore di farti suonare fuori, quindi è gia buona che non li paghi tu. La domanda successiva è “quanta gente mi porti?”, per vedere se possono farci qualche soldo. la domanda di suo è corretta, è sbagliato il ragionamento su cui poggia, perchè la band non fa la corriera per portarti gente, visto che quello è un mestiere diverso e si chiama promoter o PR. E visto che il locale è tuo è un interesse più tuo che mio che ci sia gente che consuma. E se ti dicono che per il pagamento “poi ci guardiamo” ok, allora devo dare per assunto che il fornitore che ti porta la birra tu lo paghi a seconda di quanta ne vendi. Non è così, quindi non fare il furbo.
Si, ma cosa c’entra questo con la fotografia o la cultura?
Ci arrivo.
In fotografia non è molto diverso.
C’è sempre quello che ti incensa, che ti cerca, che ti riconosce un certo merito ma che quando è ora di corrisponderlo diventa sordo.
Allora, i casi sono due: se cerchi un fotografo allora secondo te il lavoro del fotografo vale qualcosa. Altrimenti non lo cerchi. Se invece lo cerchi ma secondo te non vale nulla allora cosa minchia lo cerchi a fare? Fatti le foto da solo no?
O pretendi che un fotografo spenda tempo e passione e soldi e risorse in macchine, ottiche, esperienza, studio, lavoro al computer e tutto il resto perchè non ha niente da fare?
Mediamente un fotografo (poco importa se pro o amatore che svolge un’attività occasionale) ha migliaia di euro in attrezzatura, computer, deve spostarsi, imparare a gestire un grande numero di immagini, sostituire software e computer quando diventano vecchi ecc.
I fotografi (e i musicisti, o più in generale quelli che creano qualcosa) non sono delle ONLUS, questa cosa bisogna capirla.

E questa cosa non la si capisce mai, e qui entra in gioco la cultura. L’enorme diffusione della fotografia digitale (e della musica) ha fatto in modo che tutti possano fare qualcosa da soli, e in un certo qual modo ha appiattito la percezione di una cosa fatta bene e una cosa fatta male. La cultura del tuttopiatto ha fatto in modo che se io cerco Gilmour su Google e scrivo solo David il primo nome suggerito sia “Guetta”. E giù bestemmie.
Quando paghi una band o un fotografo non stai pagando l’ora di spettacolo o i pixel, stai pagando la persona che è in grado di farne la cosa migliore. Stai pagando la sua conoscenza. Così come paghi un commercialista o un avvocato o un parrucchiere o un truccatore, non paghi la sua penna o le sue forbici o i suoi colori, paghi il “servizio”, non il “bene”.

Cè un storiella bellissima in merito:
Un giorno in un’azienda il server che collega i terminali non va più. Il capo chiama subito un tecnico specializzato che arriva e controlla. Il capo dice che non capiscono, che ci hanno fatto guardare anche alcuni ragazzi un po’ smanettoni che lavorano li ma non hanno capito dove sia il problema. Il tecnico guarda bene il server, prende un cacciavite e stringe una vite. Il server riparte.
Il capo, felicissimo (e sollevato dal fatto di poter riprendere il lavoro) porta il tecnico nel suo ufficio per pagarlo:
“Quanto le devo?”
“Sono 500 euro, grazie”
“Cooosa?? Ma è un furto, lei ha solo stretto una vite, mi mandi la fattura domani, così poi vediamo!”
Il giorno dopo arriva la fattura:
–  Stringere una vite: Euro 1
–  Sapere quale vite stringere: Euro 499.

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2 pensieri su “TUTTOPIATTO

  1. Inutile a dirsi, hai centrato subito la questione (anche se ti avevo già raccontato la storia dietro).
    Ovviamente non condanno chi non paga per delle foto buone quando si accontenta di instagram, che ha il suo bel potenziale, perché nel tempo la dimensione sociale ha preso il sopravvento sulla fattura. Questo è appannaggio del mondo degli smartphone. Indiscutibilmente.

    Quello che sorprende è appunto l’appiattimento di cui parli. E la concezione che qualsiasi cosa abbia un costo superiore a 0 costa troppo, tant’è vero che ti ritrovi gente nei villaggi turistici che si fotografa i provini, parliamo di stampe economiche di francobolli di pochi centimetri di lato lungo, pur di non comprare la foto. E il fatto che gli stia bene così può solo significare che un intero mercato della fotografia è morto.

    Col digitale tutto è alla portata di tutti ma a dire il vero i fattori si compensano rispetto ai tempi dell’analogico: prima dovevi spendere un sacco in attrezzature per proporre un buon prodotto vendibile, oggi devi spendere un sacco perché intanto che riesci ad emergere e vederti riconosciuto per quello che offri devi fare alla campa cavallo che l’erba cresce.

    1. Il mercato della fotografia non è morto: è sepolto.
      Perlomeno quello della fotografia classica, quello dove il cliente chiede un lavoro e compra le stampe.
      Questo perchè ne è morto il “supporto”. Siamo passati in poco tempo da una cultura analogia a una cultura digitale, informatica, in cui il “bene” non esiste più in modo tangibile.
      Oggi fa molto più figo avere le foto su feibuk che non in una busta in casa, e questo perchè le possono vedere tutti. E’ una giustificazione finalmente per l’esibizionismo più sfrenato che fino a 10 anni fa era una cosa quasi negativa, ma oggi lo fanno tutti, quindi è giustificabile.
      Questa risposta è amplificata nel nostro paese che ha sempre avuto per cultura la volontà di apparire meglio di com’è. Ne abbiamo un esempio oggi col sindaco di New York, a noi interessa che all’estero si faccia bella figura, che poi noi in casa uno così l’avremmo trombato alla prima occasione. Siamo la cultura della polvere sotto al tappeto per far bella figura, quella che la stanza degli ospiti deve sembrare perfetta e ha le formiche sulla tavola nel cucinino piccolo dove tanto non ci vanno gli esterni.
      In questa cultura dell’apparenza una foto che resta tua e che non puoi spammare a cosa serve? A niente. Ecco perchè nessuno la compra, semplicemente non ne capisce l’utilità. L’utilità ce l’ha naturalmente, ma è un limite che sta nel cliente non capirlo, è un limite che viene dal basso (e che dal basso hanno copiato dall’alto).
      Questo non significa che la fotografia sia morta in generale, è solo in mezzo a una delle sue tante rivoluzioni, come quando si è passati dalle lastre alle pellicole, o come quando è nato il formato leica o come quando è stato inventato l’autofocus o il digitale.
      Oggi come in tante cose (e l’esempio della musica è perfettamente sovrapponibile) sono talmente tante le persone che possono dare un prodotto finito qualitativamente non molto diverso da quello del professionista (la foto di un amatore non è meno nitida di quella di un pro, questo parametro lo si legga in termini tecnici, non artistici) che il potenziale cliente non vede la differenza tra l’uno e l’altro e quindi cerca solo il sistema per spendere meno per due prodotti che gli sembrano uguali.
      La foto sfocata o tecnicamente sbagliata lo capiscono tutti che è sbagliata.
      La foto tecnicamente corretta ma artisticamente vuota viene riconosciuta solo da chi ha gli strumenti per capirla.
      E sono pochi, o forse sono troppe le foto che vengono spacciate come tali.
      Quindi la differenziazione non può più passare attraverso il prodotto finito, ma deve necessariamente passare per quello che accade prima.
      Sandro.

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