James Nachtwey – Documentario

Sono tendenzialmente contrario a fotografare l’orrore. Anzi no.

Per l’esattezza sono contrario a fotografare l’orrore quando non è necessario.

Eppure il mio sogno nel cassetto era fare il fotografo di guerra, il reporter. Come fare allora? Forse bisogna solo cercare di scegliere dei maestri di un certo tipo, io non lo so.

Oggi pubblico un video, un film intero per l’esattezza. Se avete lo stomaco debole lasciate stare, non si vede niente di che, nella maggior parte dei film che vediamo al cinema si vede ben di peggio, ma questo ci costringe ad aprire i cassetti della nostra memoria e a tirare fuori i ricordi che abbiamo degli eventi in un sacco di posti, alcuni nemmeno lontani. Dalla ex Jugoslavia al Rwanda, alla Palestina, passando per quei posti dove la guerra non c’è ufficialmente, la guerra è continua e si chiama “sopravvivere fino almeno a domani”, come a Giakarta o in un sacco di altri posti. Dai, insomma, quelli che ci fanno ricordare che eravamo a tavola in un pomeriggio di aprile quando davano la notizia e a noi sembrava in capo al mondo e cercando di focalizzare dove fosse quel posto sul mappamondo continuavamo imperterriti ad attaccare indomiti i nostri maccheroni. In una parola ci costringe a vederci come gli indifferenti che in effetti siamo, come quelli che dicono “frega niente”, quando invece se dicessimo “mi interesso” andrebbe diversamente. Vogliamo la pace, ma vogliamo che qualcuno la conquisti al posto nostro, che è quasi ora di cena.

Ma quand’è che è necessario fotografare l’orrore?

Forse mai, forse sempre.

Mai perchè è una spirale che si autoalimenta. Negli anni ’70 ti sentivi in colpa quando in tv passava una foto di un bambino nero con la pancia grossa e le mosche negli occhi ti veniva da buttare la forchetta fuori dalla finestra tanto ti sentivi in colpa, mentre oggi non fa più nè caldo e nè freddo. Il risultato è che ogni anno vediamo immagini sempre più violente e rosse, perchè abbiamo dovuto alzare l’asticella dello shock.

Sempre perchè noi che siamo nati qui non dobbiamo mai dimenticare cos’è la guerra e cosa vuol dire. Hanno un bel da raccontare i nostalgici degli scarponi in alta montagna e degli zaini da 15kg, delle lettere alla bella e del cameratismo. In guerra si muore, si muore per davvero, e come diceva il poeta “questo ricordo non vi consoli, quando si muore si muore soli”. Non dobbiamo dimenticare il valore assoluto di una vita pacifica, e per ottenerla la strada passa anche dal prendere atto del contrario, per averne paura, per fuggirla e per ripudiarla. Le guerre hanno smesso di avere un senso quando chi le dichiarava non ci partecipava in prima persona e a memoria è passato un bel pezzo.

Ma accantonando la guerra anche solo per un attimo penso a quei paesi che non sono in guerra ufficialmente, ma dove sopravvivere è una battaglia continua. Il Mondo se ne fotte di questi posti, chiaro? Tv, giornali, media in generale. Si, ne parlano una settimanina, poi capita qualsiasi cagata e si parla d’altro. Com’è oggi in Kosovo? E in Cecenia? Boh. Chissenefrega, c’è una che si è tatuata una farfalla di fianco alla farfalla di cui parlare. Dicevo, il Mondo se ne fotte e il reportage approfondito non fa notizia, è difficile da pubblicare, gli inserzionisti non vogliono che ci sia un morto nella pagina di fianco alla pubblicità della BMW, gli fa fare brutta figura.

Eppure, se oggi quando pensiamo a una guerra ci vengono in mente certe immagini, il merito/colpa è di gente così, che c’è stata, che ha fotografato, che in qualche modo ha portato a casa la pelle per poterci raccontare com’è che vanno le cose là.

Il film è in inglese, ma i sottotitoli ci sono. Attivateli, salezionate il francese e poi fate “traduci sottotitoli”, nella lingua cliccateci sopra e selezionate italiano. In un paio di punti la traduzione non è correttissima ma non fa niente, si capisce comunque benissimo.

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